QUESTIONE DI PUNTI DI VISTA
















   Innanzi tutto voglio precisare una cosa: l'analisi che mi appresto a fare è fortemente influenzata dal mio giudizio riguardo al valore artistico delle due opere.
Opere che si pongono, diversamente e con esiti spesso opposti, il problema di rappresentare sul grande schermo delle storie realmente accadute.
In entrambi i casi siamo di fronte a degli omicidi, ma non omicidi ordinari, se ne esistono, bensì storie di omicidi che hanno turbato e turbano tutt'ora la coscienza degli americani e non solo: la strage di Columbine ed i delitti della serial-killer Aileen Wournos.
La differenza principale fra questi due film in cosa risiede dunque? Nel punto di vista.

QUESTIONE DI PUNTI DI VISTA
Quando terminai la visione di Elephant la prima domanda che mi venne in mente fu cosa c'entrasse l'elefante del titolo con il film. A parte un disegno appeso nella camera del ragazzino-killer, non riuscivo a trovare il perché. Decisi di informarmi e scoprii che due erano le possibili motivazioni: la prima era la derivazione da un famoso detto,"avere un elefante in salotto"; la seconda vuole che il titolo derivi da una favola orientale in cui ad un cieco viene chiesto di accarezzare un elefante e descriverlo. Toccando la proboscide descriverà un serpente, toccando il muso un albero e così via.. In entrambi i casi, comunque, il segno predominante è la cecità, l'incapacità di vedere, e capire. Capire, non comprendere. La differenza fra i due termini la spiegherò dopo.
Ma come mai il regista Gus Van Sant ha deciso di assumere la posizione di un cieco nei confronti di un avvenimento tristemente sotto gli occhi del mondo?
Per rispondere a questa domanda dobbiamo esaminare il punto di vista di Monster.
Qui tutto è studiato, la regista sembra sapere più dello spettatore, e si pone nei confronti della vicenda in una condizione di superiorità; la manipola, gioca a nascondere e mostrare le difficoltà di Aileen, le sue frustrazioni, i suoi ricordi.. ed il risultato qual è? Che lo spettatore viene coinvolto da questa fiction, la assume totalmente e la incamera. Lo spettatore deve uscire dal cinema convinto di aver veduto la verità, una verità sicuramente dura ed atroce, sulla quale però si sarà formato una sorta di puntello critico. A quel punto non rifletterà più della vicenda.
Sicuro di averla capita si potrà lanciare in discorsi sulla giustizia o meno della pena di morte, sulla necessità di recuperare persone disturbate, ed altro ancora.
Ma tutto questo è una grande illusione: la regista Patty Jenkins sicuramente avrà studiato la vicenda meglio dello spettatore medio ma è sicuramente ben lontana lei stessa dall'aver capito la mente ed i gesti di Aileen Wournos. E tuttavia non lesina mezzi per rendere la storia il più appetibile possibile ed il risultato è di una verità romanzata che non serve a nessuno se non allo spettatore per sentirsi in pace con se stesso.
In altre parole quello che arriva allo spettatore in film come questi non è la verità, ma una sua immagine, e spesso questa immagine non è altro che un cliché.
Prendiamo in considerazione, oltre allo stile di narrazione registico, un altro aspetto che nel caso di Monster è stato particolarmente enfatizzato: la recitazione.

LA RECITAZIONE
Non è un mistero che Monster abbia fruttato alla sua interprete, Charlize Theron, un Oscar, al contrario il film è conosciuto soprattutto per questo.
Charlize, si dice, è ingrassata di ben otto chili, si è truccata, ha messo lenti e denti finti, ed ha studiato con attenzione ogni movenza, ogni espressione di Aileen; addirittura si è discusso sulla necessità per un'attrice bella di nascondere le proprie grazie per veder riconosciute le proprie qualità.
Non discuto degli esiti di questa "trasformazione", a mio avviso pessimi.
Ma questo potrebbe essere soltanto frutto di un giudizio personale, e voglio spingermi più a fondo. Quello che voglio dire è che se mangio come un porco, ingrasso di 8 chili, metto dentiera e lenti finte, questo non vuol dire che io sia capace a recitare. Se studio le movenze di una persona e cerco di riprodurle, sono un imitatore, poi posso essere più o meno capace.
Un attore, a mio avviso, deve essere anche e sempre in grado di creare qualcosa, di aggiungere attraverso se stesso qualcosa alla parte che intende recitare.
Ma per fare questo deve essere pronto a mettersi in gioco in prima persona, e non soltanto ingrassando di quegli 8 chili che il mese dopo, grazie al dietologo, non ci saranno più.
Bisogna essere in grado di proporre qualcosa che vada oltre il cliché, lo stereotipo. Ma per fare questo ci vuole coraggio. Come lo ha avuto Gus Van Sant.
C'è recitazione in Elephant? Non credo si possa parlare di recitazione. Piuttosto osserviamo una serie di ragazzi che fanno cose, camminano per corridoi lunghissimi, si incrociano, giocano a football etc. La vita un momento prima di essere troncata, e non c'è poesia in questo, solo cruda verità. Niente è forzato né enfatizzato, semplicemente proposto.
Un'immagine mi ha poi ferito: la scuola attaccata dai due ragazzini-killer, gente che fugge da un lato all'altro. Tutto sembra secondo le regole. Ad un certo punto, però, compare un ragazzo nero: Ben. Si muove come in trance per la scuola, entra in una stanza ed aiuta dei suoi compagni a fuggire per la finestra. Lui torna indietro e vaga ancora. Uno dei due ragazzini lo vede e lo uccide. Mi chiesi: perché Ben non fugge come tutti gli altri? Perché non scavalca anche lui la finestra e si mette in salvo? Perché non si nasconde, non corre?

COMPRENDERE, NON CAPIRE
E qui siamo arrivati al fulcro della questione. Rispondere a quesiti insondabili è impossibile. Perché due ragazzini un giorno hanno deciso di fare una strage?
Perchè una prostituta ha ucciso sette clienti?
Queste sono domande che tutti noi ci poniamo. Capire fino in fondo i motivi di questi gesti che la ragione non accetta serve soltanto a sentirsi rassicurati.
Il film di Patty Jenkins ci da una risposta, ma è quella vera? O è soltanto quello che volevamo sentirci dire?
Non fa molta più paura, non ferisce molto di più la posizione di Gus Van Sant che ci ammonisce e dice: attenzione, perché non siamo altro che ciechi che camminano a tentoni?
Per questo abbiamo bisogno di comprendere.
Nel senso più antico del termine, nel senso di abbracciare.
Ed abbracciare l'abisso è in qualche misura considerare che anche in noi esiste qualcosa di insondabile e mettersi in contatto con questa parte.
E l'arte può servire anche a questo.

JP