Può sembrare inopportuno accostare due opere tanto lontane fra di loro, opere distanti temporalmente, per temi trattati e per fortuna differente presso il grande pubblico.
Eppure ricordo , avendo già visto 2001 Odissea nello spazio, che la visione de "Il ventre dell'architetto" di Peter Greenaway mi fece pensare immediatamente al capolavoro di Kubrick.
Questo perché rilevai, fra i due film, una sconcertante analogia in termini cromatici e visivi.
Colori e forme, dunque, la base su cui ogni pittore costruisce le proprie opere.
E se è vero che il primo amore, dichiarato e praticato, di Greenaway è proprio la pittura(all'interno del film coesistono infatti citazioni dirette ed indirette a grandi capolavori pittorici) , per Kubrick si tratta comunque di un mondo da analizzare e sviluppare, dal momento che girerà (nel 1975) un opera con forte connotazione pittorica qual è Barry Lyndon, definita con sprezzo dai critici "una pinacoteca da 11 milioni di dollari".
IL COLORE
Quando vidi l'Odissea, mi resi conto che il film era costruito su tre colori-cardine: il bianco, il rosso ed il nero, un simbolismo cromatico la cui valenza può continuamente essere ridiscussa ed ampliata (una sola delle tante interpretazioni, la più banale, può essere: bianco e nero come antitesi ed il rosso-sangue come vero leit-motiv nella storia dell'evoluzione).
Ugualmente, ma per motivi diversi, nel film di Greenaway, tre sono i colori dominanti, bianco rosso e nero, ed una precisa scelta di filtri mira ad eliminare l'azzurro dei cieli, il verde (tra l'altro i colori che Boullee odiava profondamente), e dunque il film è dominato dal bianco del marmo dei monumenti, dal nero della notte romana, dal rosso-ocra delle rovine, senza citare la splendida sequenza delle fotografie in bianco e nero, percorsa da un nastro rosso che conduce Kracklite verso le tende bianchissime ed un corpo nudo e bianchissimo anch'esso.
Ed ecco dunque che, nel film di Kubrick, tale regola cromatica sarà spezzata dalla caleidoscopica esplosione dello star trip, e proprio da questi colori vivi, in continuo mutamento, lo spettatore ha l'impressione del "viaggio" e della scoperta.
Nel film di Greenaway, invece, la monotonia (in senso letterale, per carità) dei colori è interrotta di quando in quando da oggetti e luci verdi (il fico, la luce della fotocopiatrice, la macchina verde del finale) che vengono sempre percepiti dallo spettatore come "disturbanti", con un effetto allo stesso tempo artificiale e funzionale alla narrazione.
LE FORME
Sarebbe banale far notare, in un film che parla di architetti e ambientato a Roma, la ricorrenza di forme geometriche, non altrettanto banale è la scelta che adotta Kubrick di utilizzare forme pure come il cerchio, il rettangolo, per descrivere un futuro, ai tempi dell'uscita del film, ancora remoto.
E' come se in entrambi i casi ci fosse un riconoscimento della perfezione ed eternità della proporzione, delle forme "classiche", uno sguardo che in Greenaway è rivolto dal passato della Roma imperiale al presente, in Kubrick al contrario rivolto verso il futuro e l'eterno.
La forma del cerchio, in Kubrick, inoltre ha valore non solo figurativo ma anche metaforico, il viaggio verso l'estrema frontiera si rivelerà in realtà un ritorno a casa, l'occhio circolare che si apre sul mondo come figura simbolo del film.
In entrambi i film c'è poi un tentativo di raffigurare la figura umana (fisicamente) in rapporto a qualcosa di enorme ed eterno: ecco dunque spiegati i Piani Lunghissimi di Greenaway, in cui i volumi architettonici dominano le figure, e le continue allusioni di Kubrick alla relazione fra il grande e il piccolo (basti pensare alla navicella che si appresta ad attraccare e la penna che galleggia mentre il dottor Floyd dorme).
In Greenaway questa scelta, oltre ad avere valore semantico in se, è anche citazione diretta al pensiero di Boullèe, che progettò edifici giganteschi che dovevano dominare l'uomo con la propria monumentalità.
Edifici giganteschi, progettati e mai realizzati semplicemente perché.. sarebbero crollati.
LA GRAVITA'
L'opera sicuramente più famosa di Boullèe è il "cenotafio di Newton", un'opera che invece di essere "dedicata a" è piuttosto "una sfida a": un'opera imponente, sferica, insomma un'opera che avrebbe dovuto sfidare in ogni modo le leggi della fisica e quindi la gravità.
La gravità come forza fisica ritorna a più riprese nel film di Greenaway, a volte soltanto come citazione passeggera (la trottola del bambino, la banconota inglese) ma è destinata ad avere un ruolo narrativo fondamentale (nel finale).
In Kubrick la gravità, o meglio, l'assenza di gravità, giustificata dal luogo dell'azione, basta da sola ad introdurre lo spettatore in un mondo a lui estraneo, a far percepire la distanza, fisica e metaforica, dell'azione dal mondo reale.
I NUMERI
Procediamo ancora seguendo le analogie di carattere tecnico, che ci condurranno mano a mano fra le pieghe dei film.
Altra analogia, a dire il vero rinvenibile in molti film, è la simbologia dei numeri.
Da un lato abbiamo il 2001, costruito quasi matematicamente su base 3 (tre sono gli episodi, a loro volta suddivisibili in tre sottoepisodi, tre le ere dell'uomo, tre i viaggi) ed in cui i numeri sono presi a modello di un'intelligenza superiore (le proporzioni del monolito sono 1x4x9, i quadrati dei primi tre numeri).
Dall'altro lato abbiamo il film di Greenaway, in cui la vicenda si consuma interamente in 9 mesi.. tempo di una gestazione, tempo necessario per l'allestimento di una mostra. In tutto il film, inoltre abbiamo il contrasto fra ciò che è unico come la vita, o il sogno di una vita, l'opera d'arte, e ciò che è riproducibile, all'infinito, esemplificato dalla nevrosi dell'architetto, ma anche di Greenaway, per le fotocopie.
LA VITA, LA MORTE.
Ed eccoci al tema che ritengo essere centrale in entrambi i film: la visione della vita e della morte.
In Kubrick sembra che ad ogni morte debba corrispondere una nuova rinascita, un superamento; spesso anzi è proprio superando i limiti della vita o del rispetto ad essa che si verifica una crescita. E' il caso delle scimmie, che scoperte le armi, uccidendo, danno avvio all'evoluzione così ben sintetizzata da Kubrick nel passaggio dalla clava all'astronave, ma è anche il caso di Hal 9000, che in qualche modo percepiamo come umano (chiunque direbbe che "impazzisce) proprio nel momento in cui attenta alla vita degli astronauti. Allo stesso modo le "evoluzioni" dell'uomo rappresentate nel film seguono sempre una lotta ed una morte, una vittoria fisica nel caso degli scimmioni, una vittoria mentale sull'intelligenza artificiale di Hal.
Il ventre è, da sempre, simbolo della vita. La moglie di Stourley ha in grembo un bambino: lo concepisce ad inizio film e lo partorirà alla fine. Ma il dramma messo in scena da Greenaway prevede una contrapposizione. Un ventre, quello di Stourley, che non porta la vita, ma il cancro, la morte.
Ed è proprio unendo questi due simboli, di vita e di morte, nella descrizione di un altro "ventre", che Greenaway riesce a mostrarci qualcosa di incredibile di Roma: la sua eterna bellezza, intaccata però dalla modernità, la sua crudeltà, le sue piccole umanità. Un ventre non solo artistico, ma anche umano.
JP